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Iniziative

Sala Viglione del palazzo del Consiglio regionale
20 aprile 2016

IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI LE GRANDI OPERE E LA VAL SUSA

 

recensione del Quaderno n.4 del Controsservatorio Valsusa di Ugo Mattei, professore di diritto civile nell'Università di Torino

 

Il volumetto a cura di Livio Pepino, Il Tribunale Permanente dei Popoli le grandi opere e la Valsusa, esce, per i tipi di Intramoenia, come VI Quaderno del ControsservatorioValsusa. Composto di tre sezioni, esso contiene, in apertura il testo della Sentenza con cui il Tribunale Permanente dei Popoli si esprime sull’ illegalità internazionale del progetto Ferroviario Torino Lione e di alcune altre grandi opere in diversi paesi Europei. La seconda parte contiene i lavori preparatori del processo svoltosi a Torino ed Almese nel corso del 2015, inclusa l’arringa conclusionale del motore di questa iniziativa, il Curatore del volume ed ex magistrato Livio Pepino. Infine, la terza parte offre materiali volti a capire la natura e la struttura del Tribunale Permanente dei Popoli, erede diretto dello storico Tribunale Russel sugli orrori del Vietnam poi divenuto Tribunale Basso.

La disposizione dei materiali nel volumetto si articola perciò a gambero, raccontando prima l’esito, poi le fondamenta giuridiche e solo alla fine soffermandosi sulla natura del decisore, il TPP, un tribunale internazionale di opinione.

Che cos’è un tribunale di opinione? Per capirlo occorre tener presente che il sistema giuridico internazionale oggi vigente, fondato sul c.d. modello Vestfaliano dello Stato nazionale sovrano, nei suoi oltre tre secoli e mezzo di vita, nonostante ripetuti sforzi e parziali successi, mai riuscì a produrre Corti internazionali dotate di autentico potere giurisdizionale sovrano. Nei tempi a noi più vicini, successivamente all’ultima globalizzazione (alla fine della guerra Fredda), la stessa sovranità degli Stati è andata indebolendosi a dismisura senza tuttavia che ciò comportasse un accrescimento di centralizzazione del diritto internazionale. Al contrario, la crisi della sovranità dello Stato nazione ha trasferito il potere sovrano a attori economici privati, le grandi corporation le quali oggi, più potenti degli Stati, producono regole internazionali a proprio uso e consumo. Esse determinano un mondo che risponde alla cosiddetta legge del più forte, in cui il più forte non è più lo Stato sovrano imperialista (di cui si occupò il Tribunale Russel) ma il capitale privato concentrato che determina i processi di produzione del diritto.

In questo mutato contesto giuridico, (U.Mattei e L. Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali, Bruno Mondadori, 2010) la distinzione fra legge e diritto e quella fra legalità e legittimità diventano cruciali. I Tribunali di opinione, privi di base legale, non producono atti dotati di forza giurisdizionale neppure internazionale, ma nondimeno contribuiscono alla produzione dal basso di diritto (transnazionale). Essi non producono legalità formale ma si pronunciano sulla legittimità sostanziale di determinate azioni. Non si può comprendere la loro natura se non si sa distinguere il mondo (ampio) del diritto da quello (stretto) della leggeufficiale.Untribunale di opinione ha legittimazione unicamente sapienziale—il TPP è composto di autorevolissimi giuristi, per lo più ex magistrati di diverse nazionalità—è costituito per atto di autonomia privata e producediritto imperio rationis (per la forza della ragione) e non ratione imperii (per la ragione della forza). Essi seguono procedure formali rispettose di ogni garanzia del giusto processo, operano in funzione istruttoria raccogliendo in contraddittorio ogni possibile prova, articolano le proprie decisioni in modo rigorosamente argomentato in ogni passaggio.

Nel caso del processo TAV, il ricorso fu presentato dal ControsservatorioValsusa, un’Associazione di intellettuali, esperti e giuristi indignati a causa della continua produzione di propaganda e disinformazione ad opera dell’Osservatorio Valsusaufficialmente istituito (e generosamente finanziato) dai governi. L’Osservatorio fu istituito una decina d’anni fa per discutere con i rappresentanti della popolazione del come ma non del se del mega tunnel. Il tentativo di egemonia, destinato a fallire fu poi sostituito con la repressione poliziesca più brutale orchestrata dalla Procura della Repubblica Torinese che ha superato perfino ogni limite del ridicolo con accuse di terrorismo per semplici danneggiamenti materiali, misure cautelari restrittive della libertà dal significato apertamente inflittivo e soprattutto col caso Erri de Luca.

Il Controsservatorio, presentò il suo ricorso al TPP (riprodotto interamente nel volume) per lamentare la strutturale violazione del diritto internazionale operata da procedure decisionali privatizzate, calate dall’alto, produttrici di violazioni gravi e sistematiche di diritti fondamentali della persona (inclusa la vita e la salute) e delle comunità (beni culturali). In particolare si lamentava la violazione del principio di partecipazione (previsto dalla Convenzione di Aarhus) e più in generale quel diritto di autodeterminazione dei popoli che costituisce il principio fondamentale intorno al quale deve fondarsi qualunque regime di legalità internazionale.

Il Volume denuncia,in Valsusa e in altre lotte di popolo in difesa del territorio come bene comune, un quadro davvero inquietante di legalità formale piegata alle esigenze di un saccheggio illegittimo del territorio con esclusione e vittimizzazione delle comunità. Leggendo la sentenza, che dà ragione alle popolazioni denunciando l’illegalità diffusa a livello di diritto internazionale, al lettore pare di vedere la grande tenaglia fra pubblico e privato che stritola i beni comuni. Un pubblico che concentra il potere nelle mani di un capo dell’esecutivo che non risponde alla cittadinanza ma al capitale privato che ne determina la fortuna politica. Un privato ché è sempre più accumulo di capitale in gran parte finanziario prodotto attraverso l’esternalizzazione sistematica di ogni costo sociale ed ambientale. I due bracci della grande tenaglia sono portatori della stessa logica, della stessa retorica e delle stesse strategie di saccheggio. Strategie che per una certa fase storica parvero limitarsi ai contesti periferici degli Stati autoritari post-coloniali di cui fino ad oggi si era occupato il TPP come bene mette in luce lo stesso Pepino. Strategie che oggi invece vittimizzano anche i cittadini della parte “fortunata” del mondo, quell’ occidente ricco che un tempo saccheggiava le colonie in nome dei suoi sovrani politici e che oggi è saccheggiato da un capitale che non conosce più alcun radicamento territoriale.

La sentenza del TPP mostra implacabilmente che provare a distinguere i due settori, pensando che quello pubblico possa essere più amico dei beni comuni rispetto a quello privato è falsa coscienza ideologica della modernità (si veda U.Mattei, Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi 2015).

Il libro curato da Livio Pepino ci mostra come il diritto ufficiale sia il prodotto di questa tenaglia ma ci fa anche vedere come ad esso si possa contrapporre un diritto legittimo, prodotto da autentica cultura cosmopolita e dall’ attenzione per i perdenti dei processi capitalistici.L’ alleanza fra giuristi sensibili,capaci di usare il diritto ufficiale in modo contro-egemonico e popolazioni desiderose di farsi protagoniste di azione costituente genera infatti il diritto dei beni comuni (A. Quarta & M. Spanò, Beni Comuni 2.0. Contro-egemonia e nuove istituzioni, Mimesis 2016) I tribunali di opinione, se supportanti da un radicato e forte movimento popolare, sono elementi costituenti essenziali di questa nuova legalità legittima ed ecologica.

Sala Viglione del palazzo del Consiglio regionale
20 aprile 2016

IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI LE GRANDI OPERE E LA VAL SUSA

intervento di Gianni Tognoni, segretario del Tribunale Permanente dei Popoli

 

Tutto quello che il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) poteva e doveva dire sulla vicenda del/la TAV è perfettamente espresso nella sentenza di Almese e può essere riassunto in poche parole ben note a tutte/i coloro che hanno condiviso la esperienza di questi anni. La storia più che ventennale della VdS, fatta di resistenza e di esercizio responsabile di autodeterminazione di una comunità, ha fatto riscoprire e reso credibile ed obbligatorio guardare alla Costituzione, ed ai diritti fondamentali che essa assume come quadro di riferimento, non come un fatto compiuto, ma ogni volta, in ogni nuovo contesto, come un protocollo di ricerca permanente. I contributi che sono stati presentati nelle Sessioni (dai fatti quotidiani, alle relazioni degli esperti, alla collocazione della VdS nel quadro proposto da Andrea Barreda nel quadro delle grandi opere globali) danno alla sentenza tutto il peso di dati e formulazioni dottrinali che ne possono fare (come documentato nel Quaderno del Centro-Osservatorio) uno strumento imprescindibile di formazione che si applica ben al di là della VdS.

Su questo sfondo, per affrontare in modo ancor più esplicito le sfide di futuro della Sentenza (che è diventata uno strumento di comunicazione, collegamento, cooperazione con tante realtà, europee e mondiali) sono pochi gli appunti che si possono preparare: non come qualcosa di nuovo, ma come sottolineature si spera non troppo ripetitive.

1- il caso VdS è indubbiamente (anche se considerato nel suo ruolo di “rappresentante” del capitolo delle grandi opere) molto “concentrato”, per numeri di persone e luoghi/attori coinvolti, ed il meno “drammatico”, in termini di espressione massiccia di violenza sulla vita delle persone. La impressionante comparabilità con lo spettro dei casi considerati dal TPP – dal punto di vista dei meccanismi attraverso cui un problema economico-finanziario si trasforma in un processo esplicitamente violatorio di diritti costituzionali e fondamentali, dà tuttavia un’idea precisa del come e quanto la globalizzazione economico-finanziaria è una ideologia che pretende alla assoluta pervasività. E’ la “normalità” dei rapporti e dei valori di democrazia che deve, e perciò può, sperimentalmente, essere messa in discussione ovunque se ne presenti l’occasione. La “normalità” di questa metodologia è tutta giocata sul fatto che nel frattempo è in corso un’altra operazione ideologica-culturale-politica, che dichiara anormale la possibilità di opporsi ad interventi che mirano a presentarsi come legali nella loro espressine contrattuale economico-gestionale, per nascondere la loro illegittimità di fondo. Si dà per acquisito che possa essere esclusa un’opposizione, un confronto, una trasparenza sul merito da parte di soggetti che hanno memoria delle radici di inviolabilità dei loro diritti e che non si riconoscono nel ruolo di spettatori paganti ed obbedienti. La trasformazione del linguaggio che è in corso a tutti i livelli della politica, e che si impegna in modo speciale nel modificare il rapporto ed i ruoli della politica con l’ambito dei diritti fondamentali permette a questo punto di trasformare coloro che esercitano un diritto in minacce per l’ordine costituito. La piccola inutile “grande opera” della VdS diventa a questo punto un evento che, come al microscopio, rivela che la “diagnosi” di quanto succede in questo ed in altri luoghi delle democrazie doc dell’Europa è in stretta continuità con la logica e le implicazioni (con diversa drammaticità) di quanto accade su scala più sistematica nelle democrazie meno protette. La contemporaneità di quanto si è progressivamente verificato nel rapporto delle democrazie europee (e delle loro Carte dei diritti) con il popolo dei migranti (ben più esteso, eterogeneo, diffuso, ed infinitamente più drammatico per le cause che lo provocano, e le conseguenze che ne derivano) non è certamente né casuale né scollegato con i contenuti e le implicazioni del capitolo “grandi opere”.

2- Fa parte degli obiettivi originali del TPP – ripetutamente confermati nelle sue sentenze, ben richiamate nei documenti presentati nella Sessione di Torino e nella sentenza di Almese – valutare con assoluto rigore e mettere in evidenza quanto un diritto dal basso (dove ai popoli è restituito il ruolo di soggetti di diritto prima ancora che quello di vittime di violazioni) è imprescindibile per supplire-opporsi ad un diritto negato da parte dei suoi rappresentanti istituzionali. Una Sessione condotta dall’interno di un sistema riconosciuto come democratico ha posto in piena evidenza, quanto nel processo di inversione di gerarchie dei valori (l’economia è il quadro di riferimento vincolante, i diritti fondamentali delle persone e delle comunità sono una variabile dipendente) perseguito dalla globalizzazione, il diritto esistente e confermato nei suoi principi è svuotato e deviato nella sua attribuibilità concreta alle persone e alle comunità. Il caso della VdS, con la sua lunga storia di resistenza attiva e propositiva, diventa in questo senso esemplare di quanto il diritto può mantenere il suo ruolo di legittimità solo se si confronta, e si rimette in discussione, con il diritto di visibilità, di presa di parola, di partecipazione, che si esprime nelle lotte delle comunità.

3- Una lettura delle sentenze più recenti del TPP – dalla Colombia al Messico a quella della lotta delle donne lavoratrici nelle industrie tessili del Sud-Est asiatico per il riconoscimento del loro diritto ad un salario-con-dignità-di-vita – costituisce in questo senso il commento più convincente e pertinente a quanto emerso, nel giudizio e nelle raccomandazioni, dai lavori di Torino-Almese. La ri-consegna della sentenza alle/ai partecipanti alle udienze e all’assemblea generale da parte delle donne-giudici rappresentanti delle lotte del Cile, della Colombia, delle popolazioni indigene ed afroamericane, dà la misura del significato che la microrealtà della VdS (e degli altri casi presentati) ha per e negli scenari globali. Si ristabilisce in questo senso una continuità di obiettivi e di metodi nella resistenza-affermazione di diritti che rappresenta una priorità assoluta per non essere vittime anche delle strategie di divisione e di frammentazione che rappresentano una delle armi preferite della globalizzazione economica, travestita, sempre meno credibilmente, ma con una violenza che si esercita sul lungo periodo, attraverso le politiche dei Trattati economici e commerciali che hanno come obiettivo la penetrazione ed il controllo di tutto ciò che costituisce il tessuto della quotidianità dei diritti (lavoro, sanità, ricerca, ......).

L’elemento centrale – ed il fondamento più certo delle legittimità e della forza propositiva dei lavori del TPP in/con la Vds – è certamente da riconoscere nella storia e nella testimonianza concreta della partecipazione delle comunità. Non è certo qui la sede per riandare su una storia che lungo tanti anni ha prodotto di fatto una realtà profondamente innovativa, riconosciuta anche da tutti i membri della giuria del TPP come un vero e proprio “regalo”, per la capacità di dare visibilità alla possibilità e praticabilità di un processo che restituisce al diritto le sue radici di legittimità e di costruzione di democrazia. La ri-proposizione di questo processo concreto in una sede istituzionale che dovrebbe essere garante e promotrice della partecipazione reale come primo indicatore imprescindibile di democrazia rappresenta un atto dovuto e forse ovvio. Più realisticamente si tratta tuttavia, nella situazione attuale, di una vera e propria provocazione, che ha implicazioni che si estendono ben al di là della VdS. La sperimentazione del bisogno e della possibilità, sul lungo periodo, del ri-affermare l’ordine delle gerarchie tra diritti universali e regole-trattati economici, può e deve essere vista come una domanda politica e culturale totalmente aperta e degli esiti tutt’altro che garantiti. La VdS è uno dei luoghi esemplari di questa ri-alfabetizzazione. Il TPP può solo augurare che questo processo sia parte e protagonista di una rete di sperimentazioni, tutte diverse per i contesti, ma fortemente coerenti per metodologia e lucidità.

Sala Viglione del palazzo del Consiglio regionale
20 aprile 2016

IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI LE GRANDI OPERE E LA VAL SUSA

intervento di Livio Pepino, presidente Controsservatorio Valsusa

 

Considero importante essere oggi qui, in una sala del Consiglio regionale, per una pluralità di ragioni. Provo indicarne al cune:

1. perché siamo in una sede istituzionale, una sede da cui il movimento No Tav (del quale il Controsservatorio Valsusa si considera parte) è sempre stato escluso. Ci siamo forse per un paradosso ma ponendo un precedente che intendiamo capitalizzare. Il paradosso è che ci siamo per merito di Lombroso... È, infatti, accaduto che qualche tempo fa, in una polemica seguita alla presentazione in una sala di questo palazzo di un libro contenente la richiesta di chiusura del museo Lombroso, il presidente del Consiglio regionale abbia chiuso la polemica dicendo che «il Consiglio è la casa di tutti e la concessione di sue sale per dibattiti di interesse della collettività non può essere soggetta a censure di merito». L’assist non ci è parso vero e ci siamo affrettati a chiedere questa sala per la presentazione del quaderno del Controsservatorio dedicato alla sentenza del Tribunale permanente dei popoli sulla violazione dei diritti fondamentali della popolazione valsusina nella vicenda della progettazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, argomento di sicuro interesse per i cittadini del Piemonte. Così abbiamo ottenuto la sala e soprattutto abbiamo stabilito un precedente a cui potremo richiamarci in futuro (e a cui certamente ci richiameremo). In altri termini, con oggi il punto di vista sul Tav delle popolazioni interessate e del movimento No Tav non sarà più tabù – come è stato in tutti questi anni – nelle sedi istituzionali. Per ottenere questo risultato abbiamo accettato di buon grado anche un orario infelice quale quello delle 11.00 del mattino. Pensavamo che l’affermazione del principio dovesse fare aggio sulla partecipazione inevitabilmente modesta. Ma le cose sono andate meglio di quanto avevamo previsto come dimostra questa sala piena. Dunque, proseguiremo: qui, in Comune, in Parlamento, alla Commissione e al Parlamento europeo (dove a breve il Presidio Europa si recherà per la consegna della sentenza). Non abbiamo espugnato una fortezza, ma abbiamo un nuovo campo su cui “giocare”;

2. perché abbiamo dimostrato – e stiamo dimostrando – chi vuole il confronto e chi no. Ricorderete che nei giorni scorsi (la vigilia di Pasqua alle 23.00, dopo una partita di calcio) Rai3 ha trasmesso una puntata di “Scala Mercalli” nella quale, per 22 minuti, alcuni specialisti di varie discipline hanno illustrato le ragioni dell’opposizione al Tav Torino-Lione spiegandone l’inutilità, l’insostenibilità ambientale, i costi eccessivi, le lesioni ai diritti di informazione e partecipazione della comunità locale. Inutile dire che i fautori dell’opera (tra cui l’immancabile senatore Esposito e il presidente dell’Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione Foietta), pur gratificati di accesso quotidiano in condizioni di monopolio a giornali e televisioni, hanno gridato allo scandalo per la mancanza di contraddittorio, proponendo interpellanze e richieste di una trasmissione riparatoria (sic!). Ebbene noi oggi abbiamo invitato qui, a confrontarsi con il segretario del Tribunale permanente dei popoli e con due illustri giuristi dell’Università di Torino, il presidente della Regione Piemonte Chiamparino, il presidente dell’Osservatorio sulla Torino-Lione Foietta e il sindaco di Susa (nonché presidente dell’Unione dei comuni della Valle) Plano. Non ci crederete, ma in sala c’è solo Sandro Plano, mentre gli altri invitati ci hanno fatto sapere di non poter intervenire per impegni precedentemente assunti (senza neppur far cenno alla possibilità di farsi sostituire da un assessore o da un funzionario competente...). Del resto erano impegnati, e costretti a disertare l’evento, anche in occasione della sessione del Tribunale permanente dei popoli dello scorso novembre! E sempre per l’esistenza di contestuali incombenze nell’orario richiesto non era stato consentita la visita di una delegazione del TPP al cantiere di Chiomonte...;

3. perché abbiamo con noi illustri giuristi la cui presenza vale, insieme, come riconoscimento della serietà dell’impegno del Controsservatorio Valsusa e come allargamento nella comunità giuridica del dibattito sui temi della salvaguardia del territorio e del diritto di partecipazione. La sentenza del TPP, promanando da un tribunale di opinione, non ha valore ed effetti giurisdizionali né possibilità di esecuzione ma, come ci ricorda Ugo Mattei, ha cionondimeno una profondo valore anche giuridico. Il sistema giuridico è, infatti, un realtà sempre più complessa nella quale il versante istituzionale è solo una componente (seppur tradizionalmente la più importante e, comunque, la più visibile). Al diritto dei singoli si affianca prepotentemente il diritto delle comunità. È un diritto per lo più disatteso e per questo richiede “giudici” diversi. Lo ricorda Luis Moita, nel libro che questa mattina presentiamo, citando le parole con cui Jean Paul Sartre, nell’ormai lontano 1967, rispose al generale De Gaulle per rivendicare la legittimità e il valore del Tribunale Russel sul Vietnam: «Perché noi nominiamo noi stessi? Esattamente perché non lo fa nessuno. Solo i governi o i popoli potrebbero farlo. Ma i governi vogliono riservarsi la possibilità di commettere crimini senza incorrere nel rischio di essere giudicati; per questo non creerebbero un organismo internazionale abilitato a farlo. In quanto ai popoli, se si esclude la rivoluzione, non nominano tribunali e, quindi, non potrebbero nominarci». “Giudici” diversi le cui decisioni interagiscono, peraltro, con il diritto “ufficiale”, aprono spazi, producono cambiamenti. Oggi qui stiamo lavorando anche in questa direzione;

4. perché il dibattito di oggi è, dopo la sentenza del TPP, la base per ulteriori iniziative. Da un lato, infatti, stiamo operando per provocare, sulla situazione della Val Susa, un intervento del Comitato per l’adempimento della convenzione di Aharus (cogliendo l’indicazione contenuta nell’ultima parte del dispositivo della sentenza). Dall’altro – sempre come Controsservatorio Valsusa – stiamo facendo partire una ricerca, che speriamo coinvolga molti esperti e molte realtà di studio, sugli interessi e i conflitti di interesse sottostanti alla progettazione del Tav Torino-Lione (c in questo settore paradigma di quanto sta accadendo nel Paese);

5. infine perché la controinformazione, la denuncia e la protesta sono, in una democrazia complessa, una componente fondamentale. Il diritto di opporsi e di protestare è stato ed è gravemente ostacolato Valle. Lo abbiamo detto e scritto più volte: la vicenda della Val Susa è una parabola di quanto accade nel Paese. Per il trattamento del territorio e dei beni comuni e per il rapporto instaurato dai poteri centrali con i cittadini e le comunità locali. Lo schema seguito con riferimento alla progettazione della nuova linea prevede – dopo la disinformazione e l’informazione deformata – la permanente e totale impermeabilità a richieste, appelli, sollecitazioni ed esposti di istituzioni territoriali, comitati di cittadini, tecnici e intellettuali e la parallela gestione della protesta e dell’opposizione come problemi di ordine pubblico demandati, talora anche grazie ad appositi provvedimenti legislativi, al controllo militare del territorio e all’intervento massiccio degli apparati repressivi (con significative limitazioni di diritti dei cittadini costituzionalmente garantiti). Anche questo è frutto di un progetto coerente di torsione centralistica e autoritaria del sistema che va ben oltre la Val Susa. Si inserisce in questo quadro, completandolo e attribuendogli carattere strutturale, la modifica della Costituzione approvata dalla Camera il 12 aprile scorso che, insieme con la legge elettorale n. 52 del 2015, persegue il disegno riassunto nello slogan «chi vince prende tutto». Le finalità di quella modifica sono riassunte in modo esplicito in un documento del 28 maggio 2013 della banca d'affari americana J. P. Morgan (uno dei registi dell’operazione in atto) in cui si legge, tra l’altro: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali a un'ulteriore integrazione della regione. [...] Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; [...] diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi. [...] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l'anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l'opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche». Il laboratorio della Valsusa e l’analisi che qui, oggi, ne stiamo facendo ci aprono, dunque, gli occhi su una realtà generale. E non è poca cosa di fonte al pensiero dominante che vorrebbe diventare unico.

Sala Viglione del palazzo del Consiglio regionale
20 aprile 2016

IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI LE GRANDI OPERE E LA VAL SUSA

intervento di Sergio Foà, professore di diritto amministrativo nell'Università di Torino

 

Ringrazio per l’importante invito, che mi permette di contribuire al dibattito secondo la visuale del giurista che studia il diritto positivo.

Il diritto amministrativo è sicuramente implicato nel tema della partecipazione delle comunità locali alla realizzazione delle “grandi opere” e lo è anche sul rapporto tra tali attività e la tutela dei diritti fondamentali delle persone. Una volta si diceva che i diritti fondamentali non erano toccati dall’Amministrazione pubblica e che il giudice amministrativo non poteva occuparsi della loro tutela, ma questa affermazione è ormai superata proprio quando le scelte amministrative incidono profondamente sulla vita degli individui e ne modificano significativamente le condizioni.

In questo senso l’esame della sentenza del Tribunale dei Popoli assume rilevanza generale, riconducendo il caso concreto a un pervasivo modello generale di legislazione e di amministrazione: “Dal Tav alla realtà globale”.

Il giurista è solito partire dal dato normativo. Nel nostro caso esistono importanti riferimenti che assumono diretta rilevanza per l’iter amministrativo che ha segnato la realizzazione dell’opera.

In primo luogo l’accordo italo-francese del 29 gennaio 2001, ratificato in Italia con legge 27 settembre 2002, n. 228, secondo il quale la realizzazione della nuova linea sarebbe avvenuta dopo la saturazione della linea storica. Tale previsione normativa aveva efficacia vincolante per la progettazione e l’esecuzione dell’appalto, imponendo di verificare che tale presupposto fosse integrato. Niente nuova linea se non si satura quella vecchia. Per sostenere l’operazione, la saturazione è stata sostituita invece con l’inidoneità della vecchia linea a soddisfare le nuove esigenze. In diritto amministrativo la erronea valutazione dei presupposti è sintomo di eccesso di potere e vizia i provvedimenti che vengono adottati in tal modo.

In secondo luogo assumono rilevanza le norme, sempre più abbondanti, che esaltano il ruolo della partecipazione dei consociati all’attività amministrativa e che procedimentalizzano la stessa partecipazione, indicando come deve avvenire e quali conseguenze si verificano se essa non è intervenuta o non è stata condotta nel modo corretto. Partecipazione non spontanea ma “guidata” da norme stringenti e vincolanti!

L’analisi di queste previsioni normative è fondamentale e la sentenza qui in esame coglie bene, in modo nitido, gli aspetti problematici della loro applicazione. E, soprattutto, il loro impatto sui diritti dei singoli e delle comunità territoriali interessate.

Prima questione, assorbente, è legata alla partecipazione fittizia, che formalmente è avvenuta, ma è ineffettiva, perché non ha potuto incidere in alcun modo sulle scelte amministrative, anche se il Governo Monti, allora in carica, aveva orgogliosamente pubblicato che questo era “il primo caso di partecipazione condivisa e strutturata sulla realizzazione di un’opera pubblica strategica”. Nel criticare tale assunto, la sentenza del Tribunale dei Popoli è persino più prudente di quanto si sta ora affermando, perché il comunicato governativo era mendace e non teneva conto di quanto concretamente accaduto. Basti pensare al fatto che la partecipazione all’Osservatorio è stata limitata ai soli Comuni che erano d’accordo sulla realizzazione dell’opera: si tratta della negazione dell’essenza stessa della partecipazione, consentita solo a chi ha la stessa idea e nella misura in cui la condivide senza riserve. È partecipazione sterilizzata.

Altro aspetto è relativo alla (in)effettività della tutela giurisdizionale e alla diversa sensibilità della giustizia nell’affrontare i casi concreti.

Abbiamo un atteggiamento della giustizia amministrativa molto formale, che tende a ridurre ex ante l’ambito dei soggetti legittimati a reagire, soprattutto dei portatori di interessi collettivi, che debbono avere determinati requisiti strutturali e organizzativi, in modo da evitare il rischio di “comitati – polvere” e di singoli cittadini che rallentino il cammino della giustizia (così il recente parere del Consiglio di Stato sullo schema del nuovo Codice dei contratti pubblici riguardo al “dibattito pubblico”). È una giustizia selettiva, molto filtrata e assai costosa (si pensi all’ammontare del contributo unificato, all’abuso del processo e allo squilibrio tra le parti).

Il legislatore orienta invece la giustizia penale militarizzando il territorio e inasprendo le pene per chi viola una “zona strategica” come questa (che diviene tale all’occorrenza), con una riconduzione delle forme di protesta alla condotta che offende lo Stato e la sua “strategia”. La sensazione che sia criminalizzata la protesta è ben percepita dal Governo, che nel proprio Dossier sulla sicurezza rovescia l’addebito imputando alle comunità locali in disaccordo una “strumentalizzazione del disagio”.

Con le Raccomandazioni al Governo e al legislatore, la sentenza del Tribunale dei Popoli auspica che si rimetta mano alla legislazione sulle opere strategiche: legge-obiettivo del 2001 e c.d. decreto “Sblocca-Italia” del 2014, approvati secondo una inequivocabile linea di continuità.

Il regime delle opere c.d. “strategiche” è un regime di eccezione: già quando fu approvata la legge obiettivo si affrontò a livello giuridico la qualificazione “eccezionale” della legge anziché “speciale”. Il termine è forte e giuridicamente preoccupante, rievoca periodi molto tristi ove la legge serviva a giustificare una deroga a un sistema di principi. La legge obiettivo nasceva così e la legislazione successiva ha perseverato nel regime di eccezione riferito a tutto ciò che è “strategico”.

Conviene dunque valutare in quale direzione si sta muovendo ora l’esecutivo e quali provvedimenti legislativi ne conseguano. In modo sintetico si può notare che il pacchetto di norme che riformano la Pubblica amministrazione (c.d. Legge Madia, legge n. 124 del 2015 e relative deleghe), riferite ai procedimenti amministrativi, alla conferenza di servizi, alle società partecipate, ecc. assegna compiti risolutivi, nella definizione dell’azione amministrativa, allo strumento del d.P.C.M. (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri).

L’art. 22 del nuovo Codice dei contratti pubblici (d. lgs. n. 50 del 2016) ha introdotto nel nostro ordinamento il “dibattito pubblico” mutuandolo dall’analogo istituto del diritto francese e peggiorandolo rispetto al modello di riferimento, dove già ha manifestato molti punti di debolezza. In Francia, ferma la necessità di individuare quali soggetti coinvolgere, il dibattito è regolato da una Autorità indipendente e, al suo esito, prevede un Garante che deve monitorare e garantire la concertazione successiva e l’effettiva esecuzione di quanto concordato. In Italia alle domande su quali opere vada fatto, chi partecipi, come viene gestito e chi garantisce l’applicazione del suo risultato, la risposta è data in maniera perplessa dalla legge-delega e in maniera univoca dal decreto delegato.

La legge-delega al punto qqq) afferma che le “osservazioni elaborate in consultazione pubblica entrano nella valutazione in sede di predisposizione del progetto definitivo”. La locuzione “entrano” imbarazza il giurista e allora viene tradotta dal Governo nel decreto delegato, che riprende l’affermazione aggiungendo che comunque tali osservazioni “saranno discusse in conferenza di servizi”. Ma quando e come? Solo sulle opere individuate con d.P.C.M. e solo nei tempi e con le modalità indicate dal medesimo d.P.C.M., che ovviamente al momento manca. Visto che la vera decisione avverrà in conferenza di servizi, tale istituto è stato riscritto dalla legge Madia e dal relativo (schema) di decreto legislativo delegato.

Nei decreti delegati della Riforma si delinea e si rimarca una disciplina specifica per le opere strategiche, ove emerge una chiarissima gerarchia nella valutazione degli interessi pubblici. Sul punto ci si può collegare al passaggio della Sentenza del Tribunale dei Popoli che sottolinea il capovolgimento del rapporto tra diritti umani e diritti economici. Sono i secondi a accelerare l’azione amministrativa e a penalizzare le istanze partecipative, assecondando l’idea di una pubblica amministrazione “forte con i deboli e debole con i forti”.

Sui procedimenti amministrativi, la legge Madia distingue attività di particolare importanza e solo per esse prevede una abbreviazione fino alla metà dei termini di conclusione: ciò che lascia comunque immaginare che i termini originari fossero sbagliati. Quali siano questi procedimenti “accelerati” lo dirà un d.P.C.M. Le collettività territoriali che abbiano dei progetti che ritengono strategici potranno richiedere direttamente al Presidente del Consiglio dei Ministri di includere tali opere all’interno dei piani strategici, al fine di ottenere l’abbreviazione dei termini.

Tale regime preferenziale vale solo per “attività di impresa positive per l’economia”, infrastrutture strategiche (che, in carenza di legge obiettivo, saranno appunto definite da d.P.C.M.) e “insediamenti di preminente interesse nazionale”, in tal modo estromettendo le comunità locali. Se non fossero di preminente interesse nazionale e le autorità locali non rispettassero i termini nell’esercizio delle loro competenze, è previsto il potere sostitutivo del Presidente del Consiglio dei Ministri. Anche in questo caso la tensione tra comunità locali e “strategia centrale” trova soluzione dall’alto.

Riguardo alla conferenza di servizi, il Presidente del Consiglio dei Ministri potrà assumere determinazione conclusiva “con contenuti prescrittivi” anche qualora non si raggiungano accordi convocando le Amministrazioni dissenzienti.

Questo il quadro normativo in costruzione, che muove in continuità con il passato.

Il parere del Consiglio di Stato sul Codice dei contratti pubblici e in particolare sul dibattito pubblico censura con tono profondamente critico la possibilità di consentire la costituzione di comitati di cittadini ad hoc, come superamento della prospettiva elaborata dai giudici amministrativi. Dare più voce ai rappresentanti del territorio è vista come azione incauta, perché ingenererebbe il rischio della “polverizzazione del dibattito” e quindi di “ingestibilità dei lavori delle conferenze nelle sedi dove il dibattito va gestito”. Le osservazioni, poi, potrebbero essere fornite anche da singoli cittadini non ammessi formalmente al dibattito: evenienza che dovrebbe essere scongiurata per l’economia complessiva dei procedimenti e, visto il loro carattere “strategico”, per l’economia complessiva del Paese.

Questo quadro normativo e amministrativo mostra anche differenti profili di violazione delle disposizioni di diritto internazionale pattizio, prima fra tutte la Convenzione di Aarhus che richiede una partecipazione effettiva nella determinazione delle scelte così impattanti sul territorio e sul suo futuro, evidentemente superando letture formalistiche che ammettono partecipazioni fittizie e sterilizzate, come si è detto prima.

Ma la effettività dei diritti dei consociati e delle comunità locali dipende dalla combinazione concorrente di tre piani di analisi: quello normativo diretto agli amministrati e alla azione della pubblica amministrazione, quello amministrativo che lascia alla macchina burocratica scelte discrezionali e tecniche nei limiti consentiti dalla legge e quello giurisdizionale che deve valutare se in concreto le previsioni normative sono state rispettate, nel caso di interesse, dagli attori coinvolti nell’attuazione delle politiche pubbliche.

Si può notare che negli ultimi anni il nostro sistema giuridico tende a accentrare a livello politico decisioni che richiederebbero per contro una più attenta e concreta attività di bilanciamento di interessi sul territorio, in applicazione peraltro del noto principio costituzionale di sussidiarietà. L’avocazione delle scelte a livello politico le rende tendenzialmente insindacabili, almeno nell’ordinamento interno laddove l’indirizzo è libero nel fine, salvo che violi la Carta costituzionale.

I principi di diritto amministrativo che insegniamo quotidianamente all’Università dovrebbero già fornire risposte ai dubbi di legittimità che si sono prospettati e che bene la sentenza del Tribunale dei Popoli ha censurato. La partecipazione deve essere effettiva. Deve avvenire ex ante, sul se, sul dove e sul come realizzare le opere pubbliche. La prevalenza della sostanza sulla forma è principio generale del diritto, sia sostanziale sia processuale. Riconoscere la partecipazione solo per poter dire che qualcuno è stato sentito, è una offesa ai diritti delle persone. Non “Stato-persona” come soggetto di diritto lontano ma “Stato-comunità”.

Sulla Terra in questi tempi il denaro è re assoluto (Carmina Burana)

Sessione conclusiva del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata a

Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere

5 - 8 Novembre 2015 - Torino / Almese

In questa pagina vengono presentate le versioni integrali di dieci testimonianze dalla Val di Susa raccolte in video.
Nella prima giornata della sessione conclusiva del TPP ne sono stati estratti alcuni frammenti, mentre le versioni integrali sono state consegnate ai giudici in un DVD

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Testimonianze dalla Val di Susa consegnate ai giudici del TPP

Piera Tomalino e Riccardo Culatti

Emilio Scalzo

Cristina Uran

Gigi Richetto

Monica Montabone

Fulvio Tapparo

Paolo Chirio

Nicoletta Dosio

Giannni Maggi

Giulia Casel e Luca Anselmo

Torna alla pagina di tutte le testimonianze

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La sessione del Tribunale permanente dei popoli su

DIRITTI FONDAMENTALI, PARTECIPAZIONE
DELLE COMUNITÀ LOCALI E GRANDI OPERE
Dal Tav alla realtà globale
(Torino-Almese, 5-8 novembre 2016)

scheda di presentazione

[scarica la scheda in pdf]


La sessione del Tribunale permanente dei popoli dedicata a «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere» prende le mosse dal ricorso 8 aprile 2014 con cui il Controsservatorio Valsusa e un folto gruppo di amministratori locali hanno denunciato la grave e sistematica violazione, con riferimento alla progettata costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione, di numerosi diritti fondamentali dei cittadini e della comunità della Val Susa, chiedendo il relativo accertamento con le deliberazioni conseguenti. I ricorrenti hanno fin dall’inizio segnalato che la situazione della Val Susa, lungi dall’essere un caso isolato, è espressione di un modello di sviluppo, diffuso in tutto il pianeta, che produce devastazioni ambientali lesive dei diritti fondamentali dei cittadini attuali e delle generazioni future e che estromette dalle scelte le popolazioni direttamente interessate. Ciò avviene, nel contesto italiano ed europeo, con modalità meno brutali di quelle usate in anni passati nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo ma è indicativo della stessa logica autoritaria e coloniale e del trasferimento a poteri economici e finanziari nazionali e internazionali di decisioni di primaria importanza per la vita di intere popolazioni e/o di quote significative di cittadini. I ricorrenti hanno, dunque, chiesto al TPP di accertare e condannare, insieme alle condotte denunciate con riferimento alla Val Susa, questo modello e le sue manifestazioni più eclatanti che si stanno verificando nel resto dell’Italia e dell’Europa.

Il ricorso è stato ritenuto ammissibile dalla presidenza del TPP con provvedimento del 20 settembre 2014 nel quale si è rilevato che «il ricorso pone tematiche simili a quelle già attualmente sottoposte all’esame del TPP: specificamente il caso Messico, quello dell’industria mineraria del Canada, e la richiesta – giunta in parallelo a quella TAV, da parte di una rete di “gruppi esperti” e di “comunità resistenti” di Stati Uniti e Inghilterra – di una sessione sul fracking». Nel provvedimento si è, quindi, precisato che «il caso TAV, insieme alle altre vicende segnalate al TPP, è “rappresentativo” di processi e meccanismi più generali, specificamente importanti nella attuale fase della evoluzione economica-politica europea e mondiale» e che, conseguentemente, «il TPP dovrà esaminarlo e discuterlo insieme ad altri casi (europei e extraeuropei), che nel loro insieme siano ben significativi delle diverse modalità secondo cui (in Paesi e per problemi diversi, ma comparabili e complementari) si esperimenta la realtà di un diritto solo procedurale e l’assenza di effettivi strumenti giuridici di azione».
All’esito dell’attività preparatoria, nel corso della quale una delegazione del TPP ha incontrato anche i movimenti di opposizione alla costruzione dell’aeroporto di Notre Dame des Landes in Francia e alla realizzazione del progetto Mose a Venezia, si è pervenuti alla sessione inaugurale di Torino del 14 marzo 2015 e, quindi, alla sessione finale che avrà inizio, sempre a Torino, il 5 novembre 2015.  

* * * * *

Punto di partenza e, insieme, centro dell’analisi del TPP sarà il caso TAV in Val Susa. Di esso vanno, dunque, chiariti i termini in fatto.
La Val Susa collega l’Italia con la Francia mediante ben quattro valichi alpini ed è situata nella parte occidentale del Piemonte, a ovest di Torino. Essa comprende 39 Comuni e conta complessivamente, in tutta la sua estensione, circa 97.000 abitanti. La valle è attualmente attraversata dalla ferrovia internazionale del Frejus (c.d. linea storica Torino-Bardonecchia-Modane-Lione), dalla parallela autostrada A32 (i cui lavori si sono conclusi nel 1994) e da due strade nazionali, oltre che da strade minori. Da venticinque anni, quando ancora non era ultimata l’autostrada che attualmente l’attraversa, essa è minacciata dal progetto di costruzione di una nuova linea ferroviaria per treni ad alta velocità/capacità, destinati al trasporto promiscuo di passeggeri e merci, della lunghezza di 270 chilometri, parte in territorio italiano e parte in territorio francese, comprensiva di un traforo di 57 km che dovrebbe bucare le Alpi alla quota di circa 600 metri. Ad oggi la costruzione del tunnel non è ancora iniziata ma in Francia sono stati realizzati, tra il 2002 e il 2010, tre cunicoli esplorativi (future discenderie) mentre in Italia, alla Maddalena di Chiomonte, è iniziato nel 2012 lo scavo di un tunnel geognostico che dovrebbe essere ultimato nel giro di cinque anni.

Sin dalla presentazione del primo progetto di nuova linea ferroviaria si è sviluppata in Val Susa una forte opposizione con il coinvolgimento massiccio della popolazione, di amministratori locali, di docenti universitari, di esperti di varie discipline che hanno evidenziato da subito molteplici aspetti critici. Le ragioni dell’opposizione riguardavano e riguardano: a) l’impatto ambientale e i gravissimi rischi per la salute degli abitanti derivanti dallo scavo del tunnel in una montagna ricca di amianto e di uranio e dai relativi lavori preparatori, con diffusione nell’atmosfera delle polveri sollevate; b) la conclamata inutilità dell’opera, voluta da grandi gruppi imprenditoriali e bancari, sia per la sufficienza della ferrovia già esistente (utilizzata oggi per meno di un quinto delle sue potenzialità) sia per la caduta verticale del traffico merci e passeggeri sulla direttrice est-ovest (in diminuzione anche su strada); c) lo sperpero di denaro pubblico, ammontando i costi dell’opera, in base ai preventivi, a 26 miliardi di euro (in un contesto in cui, nelle grandi opere pubbliche, i costi finali, nel nostro Paese, superano mediamente di oltre cinque volte quello preventivato); d) il mancato coinvolgimento del territorio, lo scavalcamento delle istituzioni locali e l’assenza di qualsivoglia meccanismo di consultazione o di partecipazione dal basso alle decisioni sia dalla fase iniziale (in cui  è decisivo l’intervento delle popolazioni locali, anche alla luce della Convenzione di Aarhus del 1998).
Nel corso degli anni il movimento di opposizione è cresciuto e ha organizzato manifestazioni con una partecipazione plebiscitaria della popolazione (fino a presenze di 70.000 persone), diventando un punto di riferimento nazionale e internazionale. A fronte di ciò i poteri economici interessati e, con essi, la grande stampa e la maggioranza della politica nazionale e regionale hanno fatto muro respingendo ogni proposta di reale dialogo e cercando di trasformare l’opposizione di una popolazione in problema di ordine pubblico da gestire con forze di polizia e militari (fino all’utilizzo di reparti dell’esercito già impiegati in Afghanistan).

* * * * *

Come si è detto, peraltro, la vicenda della Val Susa è solo uno dei casi di progettazione o di esecuzione di grandi opere che rischiano di produrre effetti devastanti sull’ambiente e per la salute dei cittadini. Molti altri ne esistono in Italia e in Europa e tutti propongono, seppur con accentuazioni diverse, lo schema della linea ferroviaria Torino-Lione: decisioni assunte senza informazione e consultazione dei cittadini (o con informazioni inveritiere e consultazioni meramente apparenti), nascita di movimenti di opposizione più o meno consistenti, rifiuto delle istituzioni di aprire un confronto reale e sostituzione del dialogo con il controllo militare del territorio e la repressione penale delle opposizioni.
Di qui l’assunzione, nell’indagine del TPP, di altri casi esemplari. Per quanto riguarda l’Italia, il sistema Mose a Venezia, l’autostrada Orte-Mestre, il passante ferroviario e la stazione per l’alta velocità a Firenze, le trivellazioni per la ricerca di petrolio nel Mar Adriatico e in terraferma, il ponte sullo stretto di Messina, il sistema di comunicazioni satellitari MUOS a Niscemi; per quanto riguarda l’Europa, l’aeroporto di Notre Dame des Landes a nord di Nantes, la linea ferroviaria ad alta velocità HS2 da Londra a Leeds, la linea ferroviaria ad alta velocità dei Paesi baschi, la stazione di Stuttgart 21 in Germania e la miniera d’oro a cielo aperto di Rosia Montana in Romania. Sono, quelli elencati, i casi principali che saranno illustrati ed esaminati nella sessione torinese.

* * * * *

Questo, dunque, l’oggetto della sessione del TPP, interamente pubblica e aperta ai cittadini, che si svolgerà a Torino dal 5 al 7 novembre e che si concluderà l’8 novembre 2015 con la lettura della sentenza ad Almese in bassa Val Susa.
I soggetti posti sotto accusa nel ricorso del Controsservatorio e degli amministratori della Val Susa sono gli enti promotori della linea Torino-Lione e le apposite società di attuazione, il Governo italiano (anche nelle persone di chi ha presieduto l’Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione), la Commissione Petizioni del Parlamento europeo e il coordinatore UE del Corridoio Mediterraneo nell'ambito delle infrastrutture Ten-T (Trans European Network - Transport). Tali soggetti sono stati informati dal TPP della esistenza del procedimento e del loro diritto di parteciparvi per esporre le loro ragioni e difese. In ogni caso, come già si è detto, il giudizio del TPP si estenderà alla valutazione del modello che presiede alla progettazione e alla esecuzione delle grandi opere e delle ricadute dello stesso sui diritti delle persone e delle comunità interessate, sul rapporto tra i cittadini e le istituzioni, sulle regole e i princìpi della democrazia.

I testi degli esposti e documenti prodotti e altre informazioni e immagini sulla sessione possono leggersi sul sito http://controsservatoriovalsusa.org

Chi ci sostiene

Numerose personalità da tutto il mondo avevano sostenuto l'esposto presentato al TPP, in sintonia con il movimento notav, dal Controsservatorio Valsusa e da un folto gruppo di sindaci.
Anche in occasione della sessione conclusiva che il TPP ha dedicato a "Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere" ci giungono numerose manifestazioni di sostegno. Eccone alcune:

Alex Zanotelli
Prima di tutto grazie al Tribunale Permanente dei Popoli, perchè ha voluto accogliere il grido dei Valsusini, un grido che i tribunali italiani non solo non hanno accolto, ma hanno considerato sovversivo.
Sono sempre stato un sostenitore del diritto del popolo della Val di Susa di decidere del futuro del suo territorio. Il popolo valsusino è un popolo appassionato del proprio territorio, della bellezza della propria valle che non vuole svendere per un piatto di lenticchie. Ritengo che la resistenza nonviolenta del popolo valsusino contro l'imposizione da parte del capitalismo finanziario internazionale che si ammanta del potere di Stato sia la stessa resistenza che dovranno fare tutti i popoli, se vogliamo salvare il Pianeta.
E' in ballo il futuro di homo sapiens che, su questo pianeta, è diventato homo demens

Raul Zibechi
En el mes de setiembre estuve en Val Susa y pude comprender que la lucha de la población es una lucha por la vida, por seguir siendo hombres y mujeres que viven y trabajan junto a la naturaleza, al lado de ríos, bosques y montañas, sin dañarlos, sin destruirlos, cuidando el entorno no sólo para ellos sino sobre todo para las generaciones futuras.
Los pueblos deben ser consultados ante intervenciones estatales o privadas que modifican el entorno donde viven y que puede afectar su salud y sus modos de vida. No hacerlo es una grave violación de los derechos de los seres humanos a una vida digna.    (19 de octubre de 2015)
[Lo scorso Settembre sono stato in Valsusa e questo mi ha dato la possibilità di capire che la lotta della popolazione locale è una lotta per la vita, per continuare a essere uomini e donne che vivono e lavorano insieme alla natura, accanto ai fiumi, boschi e montagne, senza danneggiarli, senza distruggerli, prendendosi cura dell'ambiente circostante non solo per loro stessi ma soprattutto per le generazioni future.
Le popolazioni devono essere consultate prima di interventi statali o privati che modificano l'ambiente in cui vivono, e che possono incidere sulla loro salute e sul loro modo di vivere. Non farlo è una grave violazione del diritto degli esseri umani a una vita degna]

Salvatore Settis
Ritengo che il Tribunale dei Popoli faccia cosa quanto mai opportuna nel prendere in esame la situazione delle opere pubbliche in Val di Susa, del loro impatto ambientale, paesaggistico, ecologico, estetico, archeologico non solo sulla geografia e la topografia dei luoghi, ma sulla percezione di sé che hanno (attraverso la propria vita quotidiana) le popolazioni e le comunità civili, e dunque sul funzionamento stesso della democrazia. Auspico che questo importante appuntamento possa aprire gli occhi a chi, nelle istituzioni, ha finora privilegiato un approccio unilaterale e autoritario al problema posto da numerosissimi cittadini della Val di Susa e non solo 

Tomaso Montanari
Come cittadino italiano, come storico dell'arte, come professore dell'università pubblica di questo paese, come amico del paesaggio, del patrimonio culturale e soprattutto dei cittadini della Val di Susa chiedo al Tribunale Permanente dei Popoli di accertare soprattutto una cosa: la popolazione della Valle è stata, o no, messa in condizione di partecipare davvero alla determinazione del futuro dell'ambiente in cui essa vive e vivrà? La grande opera del Treno ad Alta Velocità ha o non ha – per quanto riguarda il suo attraversamento della Val di Susa – un'autentica legittimazione democratica?
Chiedo al Tribunale di valutare attentamente, e di applicare alla Val di Susa, queste parole: «Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica.
Dev’essere connesso con l’analisi delle condizioni di lavoro e dei possibili effetti sulla salute fisica e mentale delle persone, sull’economia locale, sulla sicurezza. I risultati economici si potranno così prevedere in modo più realistico, tenendo conto degli scenari possibili ed eventualmente anticipando la necessità di un investimento maggiore per risolvere effetti indesiderati che possano essere corretti. È sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative. Ma nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato.
Bisogna abbandonare l’idea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante. C’è bisogno di sincerità e verità nelle discussioni scientifiche e politiche, senza limitarsi a considerare che cosa sia permesso o meno dalla legislazione». Non sono parole di parte, o parole estremiste: non sono nemmeno parole che sorgano dal cuore della Valle: sono parole della enciclica Laudato sii di papa Francesco. Ebbene: esse sono state rispettate, o tradite, in Val di Susa?
È questo il giudizio che io, e tantissimi altri cittadini europei, aspettiamo dal Tribunale Permanente dei Popoli

Luciano Gallino
La realizzazione della TAV in Val di Susa che si vuol condurre a termine a costo di usare  la forza, ad onta degli infiniti dati che comprovano la vecchiezza del progetto, la inutilità, i costi assurdi a fronte dei miliardi che ci vorrebbero per rimediare al dissesto idrogeologico, ecc.sono uno dei maggiori casi delle violazione dei diritti economici, sociali, civili, culturali che gli Stati membri dell'Unione ledono da decenni, calpestando una dozzina almeno di leggi fondamentali della stessa UE. Attendiamo con ansia una inversione di tendenza della giurisprudenza e della legislazione comunitaria.

Giovanni Palombarini
È noto ormai da anni che, al di là della pur grave questione delle ingenti spese che l’opera richiede, vi sono due problemi di fondo che la vicenda ha imposto all’attenzione di tutti. Da un lato la politica delle grandi opere dettata da rilevanti interessi economici indifferenti al bene collettivo  mette in pericolo un equilibrio ambientale e ecologico spesso già compromesso. Dall’altro non è concepibile che la volontà e gli interessi della popolazione di un’intera vallata vengano trascurati in nome di un indefinibile interesse nazionale.
Sono problemi essenziali di democrazia, che impongono di schierarsi. Le scelte dell’attuale governo italiano vanno in direzione contraria alla loro soluzione, e la volontà della comunità della Val di Susa viene in vari modi repressa.

Paolo Maddalena
Poteri oscuri hanno decretato la fine della nostra economia, del nostro territorio e della nostra indipendenza. I governi asserviti alla finanza ci stanno conducendo nel baratro. Il popolo ha nella vigente Costituzione (finché dura, Trattato transatlantico permettendo), la posizione di “contropotere” da esercitare secondo il principio di “sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma Cost.). Siamo tutti impegnati a impugnare i provvedimenti legislativi incostituzionali davanti al giudice comune, per sollevare questioni di legittimità costituzionale e ottenere l’annullamento di queste leggi incostituzionali. Intanto le “sentenze” del Tribunale permanente dei popoli hanno una grande efficacia conoscitiva, interpretativa e comunicativa. Sappiamo che i media sono nelle mani di chi ci sta guidando verso la fine, ma, diceva Ghandi, “per propalare un’idea basta parlare con il proprio vicino”. Parliamo con quante più persone possiamo e  impegnamoci con tutta la nostra anima.

Marco Aime
Sostengo in pieno fin dagli inizi questa iniziativa di appellarsi al Tribunale Permanente dei Popoli. La sostengo perché quella contro il tunnel non solo è una giusta battaglia per la difesa dell’ambiente, ma è anche e soprattutto una legittima resistenza in nome della democrazia, quella vera, quella partecipata e non imposta dall’alto. La ormai più che ventennale mobilitazione del movimento No-Tav punta il dito su alcuni problemi giuridici di primo piano, primo fra tutti il diritto di una comunità di difendersi da imposizioni, anche se prese da una presunta maggioranza. Democrazia significa partecipazione e non dittatura della maggioranza. In valle di Susa si è invece consumata un’azione impositiva a dispetto della volontà di migliaia dei suoi abitanti, trasformando la valle in un’area militarizzata indegna di un Paese che si dice “democratico”.
Nel vedere la val di Susa militarizzata, i cantieri occupati dall’esercito e dai carabinieri, tornano alla mente le sconsolate parole di Lemuele Gulliver, quando, dopo aver tentato di spiegare al re dei giganti il sistema di governo degli uomini, dice un po’ malinconicamente: «Quando mi sentì parlare di certe guerre lunghe e onerose cadde dalle nuvole e pensò che noi fossimo un popolo di attaccabrighe (...) Ma soprattutto rimase sorpreso quando mi sentì parlare di un esercito mercenario stanziale in periodo di pace. Se eravamo governati, come avevo sostenuto, da rappresentanti che noi stessi avevamo eletti, non riusciva a capacitarsi di chi avevamo paura o contro chi mai avremmo dovuto combattere».

Ugo Mattei
“E’ difficile immaginare oggi, in piena crisi di legittimità della sovranità statuale e della sua logica di ferrea esclusione, istituzioni più importanti dei tribunali d’opinione per mantenere vivo un senso di legalità legittima. Sono questi alti Fori, qualora sostenuti da un’ opinione pubblica informata e consapevole, i luoghi in cui il senso di giustizia delle comunità e dei popoli può trovare soddisfazione nella difesa e nella costruzione dei beni comuni. Quale che sia l’ esito del processo il Movimento NO TAV si conferma protagonista nella costruzione globale di un’ ecologia del diritto”.

 

Concerto Bussoleno15 10 10 tutta

 

Sabato 10 Ottobre 2015 ore 21
Teatro Don Bunino Bussoleno

La musica è l'anima dei popoli

Al pianoforte: Massimiliano Génot e Alfredo Castellani

Musiche di
Chopin (mazurche), Gershwin (preludi),
Liszt (rapsodia ungherese; giochi d'acqua a villa d'Este),
Bartok (danze rumene), Kodaly (danze Marosszeky),
Grieg (danze norvegesi a 4 mani)

ingresso libero - serata benefit per il Controsservatorio Valsusa

(locandina)


 

Questo è il primo di due concerti al Teatro Don Bunino di Bussoleno in occasione dell'imminente sentenza, prevista per la prima settimana di novembre, del Tribunale Permanente dei Popoli.

Già nel 2011 i due pianisti avevano reso omaggio al movimento notav con un concerto molto apprezzato. Ritornano oggi per regalare nuove emozioni

concerto per valsusa small 11 09 30

 

Domenica 4 Ottobre 201515 10 04 Locandina San Didero 400px
Polivalente San Didero

Eppure il vento soffia ancora...
Cibo e canzone d'autore in viaggio per resistere

Serata benefit per il Controsservatorio Valsusa e la cassa di resistenza NOTAV

Ore 19:30
marcia gastronomica dalla Val di Susa a Lampedusa verso la Grecia e la Siria condotta da "Fornelli in lotta" e "Incursioni saporite"

Ore 21
concerto con Renato Franchi & Orchestrina Suonatore Jones

cena + concerto: offerta libera

Prenotare per la cena:
email info@controsservatoriovalsusa.org
sms 338.2176810

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Fornelli in lotta prende da anni per la gola il movimento notav, Incursioni saporite sgorga direttamente dai rubinetti del Comitato Acqua Pubblica di Torino. Si presentano per la prima volta insieme.

Orchestrina Suonatore Jones riunisce sette musicisti "suonatori" con diverse esperienze musicali alle spalle (jazz, fusion , canzone d'autore, popolare, rock) provenienti da band storiche dell'area Varesina e Milanese riunitisi attorno ad un fantastico viaggio sonoro che nasce dall'amore per la canzone d'autore. Il nome del gruppo è in omaggio a Fabrizio De André, il maggiore poeta della canzone d'autore italiana, la musica del gruppo accompagna da anni movimenti resistenti (www.suonatorejones.it)